Cinquantacinque giorni di ...

Cinquantacinque giorni di cammello a Tombouctou

Quando Giusy, una mia vecchia amica vissuta in Ciad, mi aveva parlato di una smania che t’insorge a poco a poco, per un paese che ti penetra dentro, che continuamente ti richiama a sé in una nostalgia inconsolabile, l'avevo coccolata. Ero ignara. Convinta che ricordi così intensi, come trasparivano dalle sue parole, fossero legati solo all'amore per un uomo, magari incontrato in quel preciso posto, in quell'anno, in quella sera... Ma questo l'ho scoperto molto tempo dopo.
Confusa disfo la mia valigia, appoggio il viso sui vestiti sporchi, prima di lavarli, voglio sentire ancora quell'odore, voglio sporcarmi di polvere rossa, di quella terra che ha accompagnato il mio viaggio.
Vorrei tenere tutto com'è, trattenere il più possibile.
Non mi consolano le foto, nemmeno gli oggetti così tanto cercati, barattati. Non mi consola quello che riuscirò a raccontare.
Srotolo il piccolo kilim di lana dall'aroma umano, così tanto difeso alla dogana: "Mi scusi signore ma è piccolo non è annodato..." Mentre l'uomo in divisa fruga tra le mie cose e si arresta, indeciso, con un ok. sul mio sorriso imbronciato.
- E' odore di capra di gente che non si lava! - sbraita mio padre sbattendolo in terrazzo.
È profumo di sabbia, di sale, di gente nomade, di un tempo illimitato. E' il calore delle mani tatuate che l’hanno tessuto, del cammello che l'ha portato sul dorso, dell'uomo dalle vesti indaco e dal fare di mercante che me l'ha venduto. Vorrei dire ma non lo so fare.
Il sud del Marocco ha scavato in qualche parte di me.
Mi sento febbrile e sogno le casbe come i miei castelli e i palmeti come il verde della mia stanza. Rivedo i movimenti della gente come una nenia in cui perdersi.
Nessun amico, nessuna guida, nessun documentario mi avevano preparato a quest’incontro.
I miei occhi sono sedotti da quei colori, in un tempo che non torna.
Un tempo immobile di uomini sdraiati tra l'ozio, i pensieri, un fumo che tiene compagnia in sogni lontani.
Un tempo mobile di donne che lavorano terra feconda tra risa e giochi di bambini.
Un paese con il Re e i sudditi, proprio come nelle fiabe, in cui molte delle storie che intravedo non portano un lieto fine.
Le contraddizioni ti entrano dentro con la violenza delle immagini suscitandoti il desiderio di diventare un paladino, un eroe che invoca: "Perbacco! Le mille e una notte per tutti!"
Ti confondono la siccità, il deserto che avanza in nuvole di sabbia, di sterilità di morte. Sacchetti di plastica inseguono il vento, come corpi strapazzati, in ambienti naturali che non conoscono progresso. Incongruenti con tutto il resto.
Poi  acqua rossa che inonda la terra, datteri dolci, luccichio di minerali venduti in piccole scatole come pietre preziose, cascate. E' fertilità, è vita. Rose profumate che diventano essenze per ogni male e per ogni umore, materia prima per i profumieri di tutto il mondo. E i profili dell’alto Atlante come enormi pachidermi accovacciati, di cioccolato.
E’ ancora contraddizione, diversità prepotente tra cicogne che sorridono sui tetti e scorpioni che sonnecchiano sotto i sassi.
E' ambiguità in occhi segnati dal khool che ti trapassano in un pregiudizio obliquo: "Le donne occidentali sono tutte puttane".
"I musulmani sono tutti fanatici, ottusi, maschilisti!" Ci scambiamo pregiudizi in sguardi indagatori: io nella mia tenuta monacale, loro in occhiate irriverenti.
Svaniscono i miei stereotipi nelle parole di una guida con tonaca bianca kefia e occhiali scuri: chi è costui? Cosa mi sta raccontando dell'Islam, della scuola d'iniziazione esoterica, del rapporto tra le donne e la religione? Sento l'amore per il suo paese, la finezza di una cultura arcaica.
Mi affido al mio narratore. Sono protesa solo all'ascolto, vorrei capire.
Da diversi giorni non guardo più l'orologio, non so che giorno sia, mi sono separata senza tensioni dalla mia agenda.
E' il giorno di Ouarzazate. E' il giorno della valle del Dra, delle gole del Dadès... è il giorno della porta del deserto, delle guardie di confine. Quando arrivo a Marrakech mi sento smarrita. Forse, perduta. E la Piazza Jemna El Fma non mi provoca alcun’ebbrezza. E tutto mi sembra finto, anche l'odore di spezie così decantato.
La mia Venezia e Marrakech mi sembrano uguali in un brulicare di commerci che sa di imbrogli. Venditori d’acqua, suonatori, incantatori di serpenti, pulitori di scarpe…Bambini, uomini e donne che ti  tirano per i vestiti, vogliono vendere: tutto "da dieci diram in su..." Anche uno sguardo, ma la mia anima è rimasta nelle tracce della carovana che va verso sud.
E' già venduta. Voglio tornare a casa.
E ora che ci sono?
Squilla il telefono.
E' Flavio che dice: - e le tue vacanze in Marocco? -
Provo a trovare le parole, non so da che parte cominciare...
Irruento mi chiede: - hai fumato? -
Abbasso il ricevitore delusa.
Mi sento rapita, in uno stato inconsolabile e mi rammento dei sintomi, di quella smania...
Alzo il ricevitore e compongo il numero di Giusy:
- Sono tornata dal Sud del Marocco - tutto d'un fiato.
Respiro.
Silenzio. Sento la sua presenza, muta, in ascolto.
- Vorrei andare a Tombouctou il prossimo giugno.  
- Ci andremo insieme- mi risponde senza esitare.
Ha capito. Stendo con orgoglio il mio tappeto e metto il calendario in bellavista.