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“Nel blu dipinto di blu”
Se fossi un animale… sarei un pesce. Forse un pesce piccolo, di acqua bassa, per via di uno scampato annegamento all’età di sei anni. Nonostante il salvataggio in extremis, di una bimbetta che pensava di essere una provetta Novella Calligaris, non ho mai abbandonato l’amore per il mare. Così con la consapevolezza di una natura intrinseca, ho deciso che tanto valeva osare. Osare. Per far fronte all’affaticamento che ogni tanto riempie gli umani giocando all’assedio. Ecco. Sottrarsi all’assedio con maschera e pinne in valigia. Allora, deciso l’azzardo, comincio il giro delle agenzie. I cartelli tutti invitanti, accompagnati da foto così belle che sembrano opere di un pasticcere: mare di gelatina, pesci di zucchero e palme al cioccolato con foglie di meringhe alla menta; è un fatto di colori: verdi, blu, arancio e gialli, invitanti e seducenti… Pieni di promesse. L’ebbrezza delle proposte. Nell’imbarazzo della scelta, anche se ho deciso per una vacanza confortevole, non mi accontento di una borsa zeppa di depliants e fax di offerte. Una guida, ci vuole una buona guida per non cadere come un pesciolino all’amo di occasioni tanto laccate quanto insidiose. La meta è un paradiso e come tutti i luoghi celestiali richiede attenzione e riguardo (e edt Maldive, 2001, è stata davvero illuminante). Maldive. Mille e duecento isole in mezzo all’Oceano indiano di cui solo duecento abitate. Circa settanta trasformate in resort di diverso livello. La valutazione non è solo tra una struttura a cinque stelle, o una essenziale e spartana, ma anche tra un villaggio vacanze organizzato, come si può trovare in Gallura, o nella Repubblica Domenicana, con animazione e tempo scandito da tante attività, o un luogo pensato per ospitare e mimetizzare candidati Robinson Crousoe. Opto per l’aspirante naufrago che non ha bisogno del club vacanze. Non avrei dovuto cercare legna per accendere il fuoco, o andare a caccia per procurarmi il rancio, ma approdare in un luogo discreto. Mi oriento su un’isola mignon, con belle spiagge, e un resort di buon livello in grado di garantire l’informale tra servizi e natura. L’idea di poterla perlustrare tutta con i miei piedi, di poterla esplorare palmo a palmo mi eccita e mi inquieta, sì perché questa briciola di posto è in mezzo l’oceano e tra poco comincia la stagione dei venti e delle piogge. Proseguo con le letture preparatorie, come un esploratore che da giorni sta studiando le carte per raggiungere la meta agognata, e mi addormento sul paragrafo “Avvertenze”. Ecco tutte le note ammucchiarsi in un sogno diabolico: sole feroce, a un soffio dall’equatore, che acceca e scuoia la carne, noci di cocco minacciose che si staccano all’improvviso da un’altezza di quindici metri con la possibilità di fracassarti il cranio, una carezza del seducente pesce leone e adieu… Il blu sembra sbiadirsi in un sorriso sinistro di murena e nel dormiveglia rivaluto la mia laguna veneziana, nonostante la chimica. Ho già prenotazione e biglietto e la baldanza sfuma nel residuo del sogno nero. Butto in valigia una crema a protezione totale, un paio di scarpette da scoglio, l’immagine del pesce leone - impressa nella mente per evitarlo - con l’idea in caso di vento di procedere a naso all’insù: attenzione al cocco. Così come una scolaretta ben preparata, mi imbarco sul boing 767, tra patiti del sole ad oltranza già leggermente tostati da lampade preparatorie, sub esperti con bagagli a mano giganti, ombelichi di fuori (nonostante il freddo becco di Milano) dimentichi che la meta è un paese musulmano. Nove ore di volo sorvolando il medio-oriente: Libano, Siria, Oman, Emirati e tra le nuvole tutto sembra quieto, fissato in paesaggi di punti, di luci, di sabbia… Poi il blu conquista tutto e dal cielo gli atolli si annunciano come occhi turchesi incastonati in uno sfondo cobalto. L’accoglienza è un phon di aria calda e il sorriso gentile e rigoroso dei maldiviani. L’inverno si stacca nei raggi di una luce bianca e forte. Salpiamo da quella lingua di terra, in mezzo al mare che è l’isola-aeroporto di Huhule, verso il sognato paradiso. Siamo su un mezzo veloce che spruzza e sorpassa i dhoni, barche locali, nel loro procedere lento e sonnacchioso, dove gli uomini di mare pilotano il timone con un piede fissando l’orizzonte oltre una sciabola di legno che sovrasta la prua. Poi l’attracco tra la barriera corallina e la laguna: un eden. Rispunta tutta la sintomatologia della donna-pesce che ha trovato l’eldorado. E il sogno cattivo si frantuma, come una bolla di sapone, nella meraviglia. Un puntino, nel blu dell’Oceano indiano, Bodufinolhu isola dell’Atollo di South Malé. Un rifugio minuscolo lungo ottocento metri e largo cinquanta, circondato da una laguna cristallina dove miriadi di pesci colorati si pavoneggiano. Aironi, trampolieri e gabbiani, passeggiano incuranti sulla battigia. Sabbia come cipria tempestata di coralli bianchi, conchiglie scultoree e un esercito di paguri di tutte le dimensioni che, con i loro gusci multiformi, marciano in ogni direzione. Noci di cocco e mangrovie a riparare da un sole cocente, vicino all’equatore. Tutto è rigorosamente protetto nella salvaguardia dell’unica, vera, risorsa di questo paese: l’ambiente. Il quadro è quasi perfetto. L’importante è avere occhiali, cappello e crema solare ad altissima protezione, scegliersi una palma come ombrellone per evitare di cuocersi, e distendere le membra su comodi lettini godendosi lo spettacolo… Ma l’idea del paradiso si scalfisce, proprio sotto le palme. Decine e decine di filtri di sigarette piantati in quella polvere di madreperla da turisti oziosi, così incongruenti e offensivi con tutto il resto. Sacrilegio per gli occhi e per i piedi. Per fortuna cornacchie nere, simpatiche e rumorose, gridano vendetta approfittando per curiosare e beccare le cose degli invasori maleducati. L’acqua è una seta anice che rinfresca e coccola, in un tiepido che culla tra pesci trasparenti, a strisce, multicolori, d’argento, affusolati e piatti, piccoli e grandi… In lontananza l’onda spumosa dell’oceano si infrange nella barriera corallina. Il rif con le sue profondità oscure custodisce abitanti che affiorano e s’inabissano nell’acqua: mante bianche e nere con movenze sinuose di volatili e un corpo di velluto, tartarughe, sottili pesci flauto, aquile di mare… Gli occhi a ogni battito incontrano la bellezza. Le palme corpose regalano ombra benefica, dove potersi riparare e godere di spettacoli naturali. Nubi e vento giocano ad amalgamare colori, mentre il verde di bambù, mangrovie e ibischi spezzano il solleone. È tanto. I lapislazzuli del mare sprofondano nel tramonto veloce e il blu dipinto di blu dell’acqua conquista la notte. Notte senza luci, senza macchine, dove il cielo diventa un drappo di Persia con appuntati brillanti, orgasmo per astronomi in mappe del cielo che si presentano senza segreti. Se fossi un pesce questo è tutto quanto avrei desiderato… Mi accontento della mia condizione e inseguo con lo sguardo una razza appena nata fino a un punto lontano..
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