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Non c’è niente di più necessario del superfluo… mi tornano questo parole appese al sorriso di una matrona mulatta che si è offerta di farci da guida. Aveva chiesto un moyito e poi un altro per imprigionarci in una storia triste davanti a dei gamberoni al tavolo di un ristorante. Vendeva lacrime. Si è congedata con una risata grassa e un colpo di capelli che nulla avevano a che fare con il dolore. Euro. Euro. Euro, ora più golosi dei dollari. L’ho capito tardi. Al tramonto lungo il Malecón ragazzini ammiccano come pavoni forti di lingue straniere, di griffe d’oltreoceano, di curiosità maliziose. Sono partita dall’Avana con la sensazione che il volto del Che, sul palazzo del governo, fosse sbiadito non solo dallo smog sputato dalle vecchie auto color meringhe. A Batabanó tutto rallenta nei controlli per l’imbarco. Una sala ombrosa con un condizionatore fiacco. Grandi televisori a tutto volume sparano telenovelas. Ah… la pazienza di un’attesa infinita sciolta in quelle storie d’amore. Finalmente si parte. Il disordine di un bivacco viene ricomposto da uomini che indicano i posti a sedere nella barca. Non ci sono proteste né spinte, ciascuno si assesta con il suo carico. Accanto a me una donna con un corpo di tartaruga tiene in braccio un piccolo che mi scruta. La traversata scivola lenta e lui se ne sta accostato al suo seno. Mi fissa con occhi di tormalina. E quando lo stomaco avverte che siamo lì, immobili, già da quattro ore, le sue mani cercano in un sacchetto che tiene stretto tra le gambe. Prima un pane tondo abbrustolito, poi delle banane fritte. Me le porge orgoglioso. Dico «no, no, gracias» ma lui tiene lì la sua mano e non mangia finché non ne prendo. La mamma mi fa segno di accettare… Quando metto in bocca un pezzetto di platano fritto, contento comincia a cantare. Una canzone per me. E in quei gesti il viaggio ricomincia con un altro sapore. Addio Avana.
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