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Il buio era arrivato all’improvviso con secchiate di vinavil che avvolgevano tutto. L’autobus procedeva lento carico di pendolari stipati come cerini. Era in ritardo ma non osava accelerare, seguiva attento due biglie luminose che lo precedevano. Quando una mano spuntò da un fagotto nero sul ciglio del fosso. Sospirò. Fermata. Peccato, avrebbe perso di vista quelle due lucciole guida. Non c’erano pioggia neve o vento peggiori della nebbia. Lui lo sapeva. Mentre le porte si aprivano, si passò le mani tra i capelli sgranchendo le braccia tese. Cercò nel cruscotto gli occhiali come se potessero diluire quel gesso che aveva davanti. Dovette attendere alcuni minuti, sembrava che nel mezzo non potesse entrarci più neanche un filo. Non c’era resa tra chi doveva salire e chi già era a bordo. Solo lotta. Gli parve che ci fossero degli strattoni e poi un alterco, finché il carico sembrò assestarsi. Finalmente poté pigiare il bottone di chiusura. Ripartì cauto. Una condensa di sudore, stantio e tabacco, prese corpo. Era un assedio e, nonostante il freddo, aprì un poco il finestrino. Non fece in tempo a godere di quella fessura d’aria che un borbottio molesto invase il mezzo. Cercando di non farsi distrarre, con lo specchietto cercava di decifrare l’accaduto. Vedeva teste muoversi e voci concitate che gli giungevano come un eco. “Non si può salire su un autobus così carico con un cane… E poi puzza… punk di merda… e chissà se ha una madre, perché una madre a una figlia non permetterebbe tutti quei buchi nella pelle. Salire con un cane senza museruola su un autobus è vietato lo dice il regolamento…” Non vedeva nulla e l’autobus sembrava sul punto di scoppiare. Attese uno slargo illuminato poi inchiodò urlando «Fate scendere. Basta. Che sia finita!». Fissò lo specchietto stanco. Due corpi vennero espulsi fuori come sacchi d’immondizia in mezzo a palle di cotone. Pantaloni larghi e capelli a cavatappi chiusi nel cappuccio di una felpa. Gli mancò il respiro. Sua figlia. Da quanti giorni non la vedeva? Voleva fare retromarcia, scaricare quella massa infestante che lo aveva contagiato. Non ne trovò il coraggio. Sentiva che se lei l’avesse riconosciuto l’avrebbe persa. Per sempre. Due occhi bigi, colmi d’incredulità e sgomento, guardavano l’autobus allontanarsi. Gli si incisero dentro. Si chiese quanto dolore. Martina. La scrutava rimpicciolirsi nel suo giubbotto nero mentre quel grumo peloso le si strusciava su una gamba. Lei in quel momento almeno aveva il suo cane.
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